Veneto UX Book Club, già dal primo incontro tenzone sui principi!

Sabato 3 ottobre, nei nostri uffici DATABIZ di Treviso, si è tenuto il primo incontro di Veneto UX Book Club.
Il numero dei partecipanti ha superato anche le più rosee aspettative.
Interaction Designer, Visual e UX Designer, Ricercatori, apassionati di numeri, studenti di Industrial Design, Grafici, e qualche curioso si sono riuniti con l’occasione di discutere intorno al libro ‘Leax UX’, di Jeff Gothelf e Josh Seiden.

Mai libro poteva essere più appropriato al primo incontro: asciutto, di tendenza, non troppo tecnico ma molto provocatorio, ‘Lean UX’ mira ad abbattere i Silos e professa l’applicazione di principi agili al processo di lavoro:

  • Team dedicato cross-funzionale, piccolo, dedicato e colocato, per ridurre i deliverables e procedere con più efficienza
  • Progresso = Risultati, non output (vedi anche il post precedente: UXLX: 10 errori che ci ostiniamo a fare nel mondo della UX… E del software)
  • Team focalizzati sulla risoluzione di un problema, con il permesso di fallire
  • Rimuovere gli sprechi, tutto ciò che non ci avvicina al goal finale
  • Procedere per piccoli rilasci, condividendo con gli altri le nostre idee. No alle rockstars, ai Guru, ai Ninjas che tengono le informazioni per sé
  • Intraprendere un processo di scoperta continua mediante la ricerca con utenti (Getting out of the building)
  • Tra il dire e il fare, preferire il fare. Meglio creare un prototipo piuttosto che disquisire di un’idea
  • Imparare per crescere: assicurarsi che un’idea sia giusta prima di scalare

Trovandoci tutti concordi sul fatto che un metodo così rigoroso e focalizzato sia perfetto solo in taluni contesti, in primis quello della startup, la discussione si è invece accesa su argomenti più dibattuti.
Tra questi, 3 in particolare:

  1. Wireframes sì o wireframes no?
    La prima ad accendere gli animi è stata la frase: “ho imparato che i wireframes li posso mostrare solo agli utenti, non al cliente”!
    Considerato da altri, e da me, uno degli strumenti più potenti della toolbox di uno UX Designer, il wireframe ci aiuta a portare l’attenzione del cliente sugli aspetti portanti dell’interfaccia: flussi, gerarchia delle informazioni, label e contenuti. Toglie dal tavolo della discussione aspetti più condizionati dal giudizio soggettivo, la grafica in primis.
    Chiarito che il wireframes non è una “mappa” di spazi ingombro riempiti di Lorem Ipsum, abbiamo forse trovato la pace.
  2. Test di usabilità: troppo cari e invendibili?
    Al grido ‘outcomes, not features’, diventa fondamentale prevedere il riscontro che il prodotto avrà sul mercato e sui suoi utilizzatori mediante cicli iterativi di coinvolgimento degli utenti.
    Ma come fare quando il cliente non è ben disposto a pagare per questa attività?
    C’è chi si arrende, e chi invece risponde ricordando che un test con utenti può essere informale, fatto a titolo di investimento o addirittura “affogato” all’interno dei progetti di design e sviluppo.
  3. Protopersonas: che fine fa l’analisi dei bisogni?
    Ultima occasione di tenzone, il tema dei protopersonas. Congeniali a chi è più vicino ad un approccio agile, e più difficili da digerire per gli User Researcher, i protopersonas servono a fare degli assunti su chi siano le persone alle quali il prodotto o servizio intende parlare. Rispetto ai personas tradizionali, non si basano su una ricerca preliminare, ma provano semplicemente ad ipotizzare quali siano i bisogni degli utenti. Per dissipare le perplessità di noi UX, potrebbe essere sufficiente pensare ai protopersonas come ad un altro MVP, un assunto da validare e raffinare al raccogliere di nuove informazioni sui nostri utenti?

Questa e altre domande rimangono aperte, e perfette per essere riaffrontate in un prossimo incontro.
Avete qualcosa da dire? Contiamo di incontrarvi al secondo appuntamento di #VUBC!
In attesa di conoscere la location, un’anticipazione: molto interesse gravita intorno al service design, probabile tema del prossimo libro scelto.